domenica, 30 settembre 2007

BIRMANIA: LA LIBERTA’ RELIGIOSA NON E’ UN OPTIONAL




Nuovo editoriale Samizdatonline. Fai clic!
postato da: vinoemirra alle ore 13:43 | link | commenti (2)
categorie: samizdatonline
sabato, 29 settembre 2007

E quattro!





Ma vi rendete conto? Quattro-post-quattro in un solo giorno?
Come sarebbe questo non conta? Oddio, fantastici, poi...
E io che puntavo al record!
E già gustavo un mese di riposo...
postato da: vinoemirra alle ore 22:23 | link | commenti (5)
categorie: vinoemirra

Quando un papa muore...






L’anestesista è un portiere. Solo, tra i pali, a difendere la porta. Basta una “papera” e la partita è persa. Al contrario, le grandi parate non meritano replay.

Il pallone d’oro? Lo vinci solo se sei  il Ragno Nero, Jáshin

Nemmeno Buffon merita questi riflettori. E io mica sono Barnard.

Tutti conoscono il chirurgo che opera, quasi nessuno ricorda il suo anestesista. Buttarmi in politica? Troppa concorrenza, poca visibilità. No, per avere la foto in prima pagina devo fare fuochi artificiali, botti da buttar giù i vetri.

Potrei dire che la morte di papa Giovanni Paolo II fu eutanasia. Non lo nutrirono a sufficienza, lo fecero tardi e male, lui stesso rifiutava l’alimentazione, volendo “tornare alla casa del Padre”.

Però è roba vecchia. Già passati più di due anni. Difficile far notizia. Soprattutto non potendo consultare la cartella clinica di un simile paziente (accidenti alla privacy) e dovendo ricostruire le vicende a forza di ritagli di giornale e libri di memorie.

Dovrei pubblicare il mio “saggio”  con un titolo ad effetto, qualcosa tipo "La dolce morte di Karol Wojtyla" su una rivista dell’intelligentija, alla ricerca di pubblicità, diciamo Micro Mega. 

Meglio sarebbe farlo lo stesso giorno in cui la Santa Sede ribadisce solennemente che non dar da mangiare e da bere a chi è in stato vegetativo (Terry Schiavo…) è eutanasia. Un lusso: potrei citare il Vangelo ai preti, sì, quella storia della trave e della pagliuzza… dov’erà più?

[Stato vegetativo… le mie piantine! ‘spetta che ci do un po’ d’acqua e ne pulisco le foglie!...]

Avrei bisogno di un adeguato “lancio” giornalistico, che so, un dibattito su “Repubblica” o sul “Corriere”.  Ah, se ne parlasse Paolo Flores D’Arcais

Certo troverei qualcuno che contesta le mie affermazioni, magari lo stesso medico del papa, magari un vaticanista serissimo

Ma io sono allenato a spaccare il capello in quattro, a disquisire per pagine e pagine su una sola preposizione semplice, e poi l’esperto sono io, no? Chi se ne frega delle dichiarazioni ufficiali!  

Io sono il rianimatore, io nutro artificialmente i pazienti, io li ventilo meccanicamente, io metto le cannule per tracheostomia.

Sono io che parlo “ex cathedra”, questa volta.

Potrei arrivare a farvi credere che in rianimazione non muore nessuno, men che meno il papa.

Sei denutrito? Ti alimento artificialmente. Non riesci a deglutire per un parkinson avanzato? Ti metto un sondino nasogastrico e ti rimpinzo di calorie (e già che ci sono faccio diventare l’applicazione di questo sondino prima  per nulla rischiosa” , poi  semplice e poco traumatizzante”, infine “un tormento). Non ce la fai a respirare? Ti tracheostomizzo, ti intubo, ti ventilo meccanicamente. Non urini più? Ti metto in dialisi. Ti si ferma il cuore? Vai col pace-maker. Vai in coma? Procedure di ipotermia. Ti iberno e ti mantengo lì per i secoli a venire.

Oh, sei tu il papa.  Sei tu quello contrario all’eutanasia. Quello che crede alla vita eterna. E io te la dò su questa terra. No limits, come la pubblicità.

La dottrina cattolica dice altro? 

Accanimento terapeutico? No, quel capitolo non l’ho letto. Oggi non mi interessa. Mica sei Welby. A te ti vogliono canonizzare, a Welby neanche il funerale!

Ma il tempo stringe: Riccio incalza, questo è capace che mi frega l’idea.


postato da: vinoemirra alle ore 22:16 | link | commenti (3)
categorie: eutanasia, accanimento terapeutico

Aridaje



 


Aridaje con ‘sti sondaggi.

Sempre le stesse cose, sempre più farlocchi, uffa.

Questa volta, tanto per cambiare, il sondaggio verte sull’atteggiamento degli anestesisti di fronte all’eutanasia. Il 50% è favorevole, titolano i giornali. Chissà perché non titolano che il 50% è contrario…

Nove su dieci di loro sono per il si' al testamento biologico, sette su dieci respingono le raccomandazioni del Vaticano di non interrompere alimentazione, idratazione e ventilazione artificiale a un malato terminale. Quattro su dieci, infine, dicono che nella loro attivita' professionale hanno ricevuto da congiunti stretti di malati in condizioni estreme la richiesta di "staccare la spina".

Si chiede a un campione rappresentativo del panorama nazionale?

Macchè. Si chiede a quelli che ci sono lì. Oh, costa meno… E poi qualcuno che lo definisca "campione non vasto, ma sicuramente rappresentativo", lo troviamo , vedrai.

Lì dove? Ma al Congresso della SIARED-AAROI  tenutosi a Napoli alla Stazione Marittima.

E lì chi c’è?

Li dovreste vedere, i congressi medici. Sempre le stesse facce, gli stessi nomi. Parate di universitari rampanti che lustrano il pelo ai loro baroni. Località esotiche, città d’arte, stazioni sciistiche. Sai, per la scienza… Si arriva, si firma la presenza, si sceglie una relazione di una mezz’oretta, meglio se frutta qualche ECM, e si scivola fuori, a cercare contatti fra gli stand delle ditte, sempre generose di gadgets e inviti a cena in lussuosi ristoranti al centro. E poi vuoi che mi perdo la mostra fotografica dedicata a Bertolucci oggi pomeriggio? Mica son matto. La cosa difficile sarà non farmi vedere dal primario. Alla mostra, dico, perché lui è un vero appassionato d’arte.

Ai Congressi ci vanno i leccaculo. Ecco, l’ho detta. Ti ci manda il primario, al Congresso. E’ un premio, il Congresso. Anch’io sono stato ai Congressi Nazionali (l’ultimo quattro, anzi, cinque anni fa). Anch’io sono un leccaculo, che credi.

Al Congresso SIARED-AAROI  ci vai se sei iscritto a quel sindacato, altrimenti ti sbancano. E ci vai per lo più spesato per l’alloggio da qualche ditta (benemerita).

Così il sondaggio che esce dal Congresso esprime, con inevitabili squilli di tromba, quel che pensano alcuni colleghi iscritti a quel sindacato, presenti a quel Congresso. Quei colleghi lì.

Al resto pensano i giornali, che pubblicheranno percentuali di risposta senza rendere nota la domanda.

Ho qualche sassolino nella scarpa:

- come avrebbero risposto alle stesse domande quei colleghi che in quei giorni, anziché al Congresso, erano al capezzale dei loro malati gravi? Al capezzale di Gina, moglie di Antonio e mamma di Paolo e Teresa? (nomi di fantasia)

- cosa pensano gli iscritti SIARED-AAROI  della posizione ufficiale assunta dal loro sindacato a questo proposito? 

- Là dove si dice che “gli anestesisti rianimatori non accettano di sposare quella linea rinunciataria che sembra minare l’alleanza terapeutica tra medico e paziente e tenta di far rientrare l’eutanasia attiva tra i compiti della professione medica”?

- devono far cambiare la linea ufficiale del sindacato? Devono stracciare la tessera? O devo stracciare la mia?

 

postato da: vinoemirra alle ore 21:54 | link | commenti (3)
categorie: eutanasia, accanimento terapeutico

Mazzi e i samaritani






Chi sia Don Mazzi lo sapete.

Così non mi dilungo in tormentoni e noiose cronache sulla serata di ieri.

Vi racconto come ha risposto alla domanda di un signore dalla folta barba che argomentava sui produttori mondiali di droga: “Oggi non è più la Cambogia, la Thailandia, la Birmania a fornirci la droga. Oggi è l’Afghanistan a produrre il 95% della droga che arriva nelle nostre strade! A questo ha portato la guerra!”. E giù a inveire contro l’amministrazione comunale, con un nesso logico che, ora come ora, mi sfugge…

Don Mazzi ha allargato un sorrisone dei suoi, ha raccolto l’assist di suor Laura, responsabile comunicazione  Librerie Paoline, ed ha attaccato:

“Dovremo tornare a considerare la forza comunicativa delle parabole. Sì, delle parabole del Vangelo. Mi trovavo a dover commentare fra i miei ragazzi, in comunità di recupero, la parabola del buon Samaritano. Non sapevo come fare. Allora ho detto:

un giovanotto scendeva da Gerusalemme verso Gerico. Incontrò degli spacciatori che lo derubarono, lo riempirono di robaccia tagliata male, e lo lasciarono sulla strada più morto che vivo.

(Oh, avreste dovuto vedere gli occhi dei miei ragazzi! Tutti lì!)

Ho proseguito: passa di lì un prete, si ferma, guarda il ragazzo a terra e

“Oh mio Dio! La droga sulla strada per Gerusalemme! La droga sulla strada per Gerusalemme! Devo telefonare al vescovo e avvertirlo! Dove andremo a finire!”. E il prete scappa di corsa.

Dopo un po’ arriva un operatore del SERT. Si ferma. Scuote il ragazzo per le spalle ed esclama: “Crack! Questo è crack! Sulla strada per Gerusalemme!”

(E quando ho detto Crack!, i ragazzi sapevano benissimo di cosa parlavo, glielo leggevo negli occhi).

Insomma, questo del SERT, prende il cellulare e chiama il suo responsabile: il crack è arrivato a Gerusalemme! A Gerusalemme, capisci! Dobbiamo intervenire tempestivamente! E se ne va.

Passa un’ora. Passano tre giovani. “Ehi! Cesare! Cosa fai li per terra! Ti sei fatto un’altra volta eh? Brutto pirlone… E a questo punto i tre sono di fronte a una scelta: lo derubano del portafoglio?

Gli frugano nelle tasche per fregargli la dose rimasta?

No. Lo portano in comunità, e pagano di tasca loro il biglietto del viaggio, perché la carità costa.

Questi giovani siete voi, ho detto ai miei ragazzi. La scelta è vostra.

postato da: vinoemirra alle ore 21:30 | link | commenti (3)
categorie: droga, preghiera, vinoemirra
domenica, 23 settembre 2007

Elogio del Somaro









Uno dei miei difetti è non saper dire di  no.

Mi chiamano? Vado. E’ più forte di me. Non è che le cerco… le considero “urgenze”. Ecco, suona il cicalino: corri! Se vedi un medico che corre, in ospedale, quello è un anestesista.

Così stavolta sono stato coinvolto in un incontro con don Antonio Mazzi, sacerdote che conosco pochissimo, nonostante la sua fama televisiva.  Un'occasione per conoscerlo meglio?

L’appuntamento è per Venerdì 28 Settembre 2007 ore 20,45

Sala Cinema Teatro parrocchiale di Cerro

Organizzato nell’ambito della rassegna “A libro aperto” dalla Libreria Edizioni San Paolo, in collaborazione con il Comune di Cerro Veronese.

Sul tappeto le domande difficili dei giovani e il libro  “Elogio del Somaro”, a cura di Renzo Agasso, Edizioni San Paolo, 2006.

 

I giovani domandano:

Ma cos'è la vita?

Sesso o amore? Quanto conta la bellezza?

Ci vorrebbe una scuola.

Contro la droga?

Ma cos'è la felicità?

Figli dei nonni?

Paura del presente?

Perché i padri non fanno i padri?

Mal di vivere, voglia di morire?

L'Aids piove dal cielo?

I cattivi maestri?

Possiamo andare in discoteca?

La tivù è il diavolo?

Gli ultimi saranno i primi?

Dove nasce la pace?

 

Chi mi ha coinvolto crede che io sappia fare da “stimolatore” della discussione.

A nulla sono valse le mie precisazioni: io sono anestesista, io sedo, addormento, tranquillizzo… non eccito!

E poi queste domande bastano e avanzano.

Mi ha pungolato, in verità, il capitolo che dà il titolo al libro: l’elogio del somaro. Ne riporto qualche riga.

 

"Che bello il mondo del volontariato. Milioni di persone generose che si spendono ogni giorno per gli altri. Gratis. Moderni cirenei. Moderni samaritani. Spesso santi. Ma attenzione a non montarsi la testa. A non sentirsi troppo a posto con la coscienza e col mondo. I migliori, i giusti, i salvi.

Quando penso ai cirenei, a tutti coloro che con il volto segnato dalla fatica, un po’ perchè si credono alternativi alla croce di Cristo e un po' perché auto convinti samaritani, disseminati lungo le polverose strade del mondo, mi salta alla memoria, sacrilegamente, il somarello del Vangelo. (…)

Paragonare i samaritani sudaticci e perennemente indaffarati ai somarelli che lungo i sentieri degli Abruzzi portano a casa la legna mi è venuto cosi, spontaneo. Fu così che mi invaghii di loro. Invaghirsi dei somari e un po' da picchiati in testa. Me lo dicono in tanti. Però i somari battono sentieri impraticabili, sono disposti a tutto, portano i pesi che non vogliono portare gli altri, non si stancano mai, sono i veri amici dei poveri, con poco fieno e poca paglia sono felici. Terminate le loro azioni, le più eroiche, restano estranei a ogni mania di grandezza e di ricompensa.

Nessuno si e mai sognato di trasformare il somaro in cavallo, o di premiarlo con medaglie d'oro, o di portarlo all'ippodromo di San Siro per un giro di pista. Facciamo sfilare cani, gatti, pecore, lupi, frati, politici, miss... ma i somari restano felicemente somari.

Se noi del mondo della solidarietà anzichè pensarci nuovi cirenei, complementari al Padreterno, ci pensassimo niente di più che i nuovi somarelli della Divina Provvidenza tutto tornerebbe più chiaro e genuino. Ripensandoci meglio, paragonarci ai somari ci evita le depressioni derivanti da somministrazioni massicce di insegnamenti e addestramenti troppo spirituali."

 

 

Insomma: ci vediamo là?

 

 

P.S.

Già che c’ero mi sono iscritto ala Scuola di Biopolitica Holly Patterson, in programma a Firenze il 20 Ottobre prossimo.

E ad un corso avanzato di bioetica (roba da esperti? No, il corso “base” l’ho fatto due anni fa e fu un “flop”) organizzato dalla mia Azienda Ospedaliera, in sei giornate.

Mah… come farò a fare tutte queste cose…

 

postato da: vinoemirra alle ore 08:00 | link | commenti (6)
categorie: famiglia, segnalèscion, vinoemirra
venerdì, 14 settembre 2007

Cibridi e salamandre








Ho preso un ovocita di mucca, anzi, tanti ovociti di mucca.

No, non di donna, di mucca.

La donna, normalmente produce un solo ovocita al mese.

Che avara! Una cellulina sola, praticamente invisibile, nascosta dentro una gabbia ossea, il bacino femminile, che sembra fatta apposta per proteggerla. Sarà che senza di lei, la vita umana si ferma. Avara! Ma fanne tante, tipo gli spermatozoi, che sono qualche mezzo miliardo: potremmo sprecarle, invece le cellule uovo… no, troppo rare, preziose, per esporle alle intemperie.

Certo che così è un casino procurarsele.

Come faccio a pescare una sola cellula dentro un corpo umano che ne conta decine di migliaia di miliardi? Una cellula sola, che vive di per sé solo 24-36 ore in un mese? Nascosta, protetta, difesa nelle profondità delle viscere?

Sì, posso imporre alla centrale di produzione di fabbricarne di più. Più ovociti vengono prodotti, più è facile andarli a pescare.

Oddio… facile… ci vuole sempre un intervento chirurgico, una anestesia… ma si può fare. Costa, ma si può fare.

Il problema è che stimolare la fabbrica, l’ovaio, a produrre tanti ovociti è rischioso: l’ovaio si ingrandisce, scatena tempeste ormonali pericolose per la vita stessa.

E poi mi dà ovociti di scarsa qualità: tanta quantità, poca qualità. Un classico.

No, niente donne, cattiva pubblicità.

Meglio le mucche. Lì, no problem. Neanche se la mucca muore per eccesso di ormoni. Neanche gli animalisti protestano, troppo impegnati a difendere i gorilla.

La mucca la conosco bene. Grandi veterinari, pionieri della fecondazione assistita delle mucche, sono divenuti insigni fecondazionisti umani. Ah, l’esperienza…

Grande mucca, grande ovaio. Grande ovaio, tanti ovociti. Nessuna richiesta di risarcimento economico.

Già. Ma che me ne faccio di questi ovociti di mucca? Ho già fatto il trasferimento di nucleo da mucca a mucca, clonando la mucca dopo aver clonato pecore, cani, conigli, cavalli, tori, zanzare… no, le zanzare no. Clonare una mucca non fà notizia, non divento famoso, niente giornali. Uffa, basta clonare mucche, che pizza!

No, ci vuole un’idea.

Ecco, invece di trasferire un nucleo di cellula di mucca nell’ovocita di mucca, uso un nucleo umano. Clonare un uomo, facendo finta di clonare una mucca.

Vorrà dire che invece di 60 cromosomi, come la cellula di mucca, questo ovocita ne avrà solo 46. E si crederà un ovocita umano, sviluppandosi come tale, nutrito dal citoplasma dell’ovocita di mucca.

Avessi pensato prima al gorilla, che di cromosomi ne ha 48…

No, che poi gli animalisti mi piantano un casino.

E mica potevo farlo con i pesciolini rossi (già con i loro problemi di diritti violati): 200 cromosomi son troppi, rischia che non succede niente. E poi, se volessi impiantare il mio neonato embrione nell’utero di un pesciolino, come faccio? Con la mucca… le dimensioni ci sarebbero…

E poi? Si sviluppa? No, dico, la clonazione animale classica aveva successo nel 2% dei tentativi (277 ovociti solo per Dolly!). Mica è facile imbrogliare un ovocita e fargli credere che lo hanno fecondato! Figuriamoci se i cromosomi non sono nemmeno della sua specie! Mi tocca buttare via tutto! ...

Però, se ci sono riusciti i ciprioti, ce la posso fare anche io!

Come dite? La clonazione umana è vietata?

Beh, posso sempre rispondere che questo non è proprio un uomo… è “prevalentemente” uomo. Nel senso che nel citoplasma della mucca rimangono mitocondri con DNA bovino.

Uomo al 99,9%, ma potrei farlo al 75, al 51, al 50,1%. O magari solo per il 51,1% dei geni, delle sequenze codificate, dei cromosomi… Meno del 50% no, che poi gli animalisti…

Posso sempre dire che l’insulina la fabbrico da batteri geneticamente modificati, che le protesi valvolari cardiache erano di maiale, che gli stessi vaccini… Vi chiederò: un uomo con una protesi valvolare aortica biologica di maiale è un “cibrido”? E con le trasfusioni di sangue? Come la mettiamo? E nessuno mi dirà: “Ah professò, ma cchè stai à ddì?”


Lascio crescere il vero “cibrido” per 14 giorni. Poi tiro la catenella.

Nel frattempo, cosa succede? Niente. Però posso dire che sto studiando i meccanismi delle staminali embrionali. Fischiettare che curerò l’alzheimer, il parkinson, la sclerosi multipla. Magari qualcuno ci crede ancora. Spararle grosse. Questo farà titolo sui giornali, buona pubblicità ecco-il-paladino-dell’ineluttabilità-del-progresso-delle-conoscenze. Questo mi darà nuovi finanziamenti.

Finchè dura. Poi dovrò inventarmi un nuovo limite da superare.

Vediamo… Potrei fare un “cibrido” al contrario, cioè con citoplasma di ovocita umano e nucleo di animale, che so, di salamandra.

Intriganti, le salamandre.

 

Update: Questo post, è statoo selezionato come editoriale di Samizdatonline, e pubblicato sul blog dell'associazione, in attesa di poter aggiornare il nuovo sito. Da queste parti fà capolino una certa incredulità.

postato da: vinoemirra alle ore 19:47 | link | commenti (13)
categorie: staminali
martedì, 04 settembre 2007

Piccolo diario da "guida benedettina"



 

 



Premessa

Questo post è stato scritto perchè Cuore di Pizza me lo ha chiesto. Prendetevela con lei....



Prologo

 Un caldo boia.

51-pannelli-51, per ognuno dei quali dovresti parlare 20 minuti. E sai che nessuno resisterebbe più di un’ora.

Fuori la festa impazza. La musica (musica?) rimbomba nella sala del cinema-teatro. Gente si affaccia con la birra in mano, guarda dentro, gira i tacchi. Va a divertirsi, pare.

I  miei bambini sono in giro, da qualche parte, ad aggredire le giostre, trattenuti a stento dalla mamma.

E io qui. Al caldo. A parlare di spiritualità ed opere benedettine durante la festa del paese. Chi me l’ha fatto fare? Non sono neanche di CL… sono loro i curatori della mostra… perché non si arrangiano?... Possibile che non so dire di no? Non è nemmeno il mio terreno… San Benedetto… Che ci faccio, io, qui?

 

Dev’essere per via di quel giorno a Subiaco. Mi ha fregato là, sicuro, al Sacro Speco. Nella grotta.

Dove l’aria si tagliava con il coltello, dove anche i due adolescenti che avevo a rimorchio (figlio e nipote) hanno smesso di sbuffare. Come fa un uomo a vivere qui dentro, per anni? Perché?

Una bellezza assoluta, al Sacro Speco. Di quella sedimentata nei secoli, dalle vite dei monaci. Vite come gocce d’acqua carsica, scorrono, cadono, lasciano ciascuna la propria traccia calcarea infinitesimale, formano nei millenni stalattiti e stalagmiti di bellezza accecante. Gli affreschi i mosaici, l’architettura: al monastero, tutto parlava di Dio.

Là a Subiaco era facile. E qui? Come ricreare quella atmosfera, qui, ora? Arriva gente, una famiglia, due ragazzini, e due anziani. Amici. Sconosciuti.

Benedetto, pensaci tu. Fà che non renda insipido il tuo sale.

Si parte.

 

La mostra




Il monastero: una porta che bussi e ti aprono. Fatto inaspettato e sorprendente: nessuno apre, altrove. Ci sono barbari e banditi dappertutto, si rischia la vita ad aprire la porta. Qui invece trovi un monaco che ti apre, ti benedice, ringrazia Dio che tu sia lì. E tu sei magari un poveraccio affamato, infreddolito, malato. Per lui, tu sei Cristo. Ti accoglie come fossi il suo Signore. Ti nutre con il suo pane, quello che l’abate dà a lui. Ti cura con le sue erbe, ti insegna quello che sa, ti invita a stare con lui.

Perché “poco ci importa che le nostre chiese svettino nel cielo… se Cristo stesso è lì che muore nudo davanti alla nostra porta” (abate Teoberto XI sec).

Fuori è carestia, sterminio, morte.

Dentro il monastero si canta il gregoriano “risonanza del paradiso”, si commenta l’amore di Dio nel Cantico dei Cantici, “si apprende la sapienza notte e giorno, volgendo l’oscurità in luce”. Si trascrive nello scriptorium la bellezza della cultura, sacra e profana.

 
Si costruisce. Molto. Bene. Abbazie che sfideranno le leggi dell’architettura. Meraviglie di semplicità, essenzialità, forza, funzionalità. Devono rendere visibile la città di Dio.

“Sono veramente monaci quando vivono del lavoro delle loro mani” insegna Benedetto. E allora i monaci saranno contadini e carpentieri, vinificatori e fabbri, allevatori e mugnai, commercianti e orafi.

La croce di Cristo sarà punto fermo, riferimento per la vita della popolazione: al monastero c’è lavoro, cibo, tetto, protezione, educazione. Per chiunque. Ovunque in Europa.

“Date ai monaci delle spoglie brughiere o dei boschi selvaggi, lasciate poi che trascorrano gli anni e troverete allora non solo delle splendide chiese ma centri abitati costruiti attorno ad esse” (Geraldo di Galles).

“I monaci sono all’origine, inconsapevole e involontaria, di un movimento economico e sociale così profondo, così diversificato e vasto che l’evoluzione del Medioevo sarebbe difficilmente spiegabile senza la loro presenza e la loro azione” (L. Moulin).

Al monastero si è alla scuola di Cristo, si impara a vivere la Sua volontà. Già. Ma qual è?

Benedetto recupera il senso della fede nell’eremo di Subiaco. E’ solo. E’ scappato dal mondo? No, è il mondo che fugge, e se il mondo è in fuga, l’eccezione è rimanere saldi. Saldi nella fede di Dio, che ti crea e ti vuole bene, che non ti abbandona e ti chiama per nome.

Il Signore chiama Benedetto e gli chiede: “Chi vuole la vita e desidera giorni felici?”

Il Signore offre la pienezza.

Benedetto risponde “Io”. Non il “sì” dell’intelletto, l’”io” che coinvolge anima e corpo.

Oggi come allora. La stessa domanda esige la stessa risposta. E ottiene la medesima ricompensa: “I miei occhi saranno su di voi e le mie orecchie saranno attente alla vostra preghiera, e prima ancora che mi invochiate vi dirò: “Eccomi!””.

Il premio è Cristo stesso.

Ecco che la vita deve diventare preghiera, la preghiera, vita.

Ora et labora. Nessuna differenza. Se preghi, lavori. Se lavori, preghi.

Che ipocriti che siamo. Noi che si va a messa, perché è domenica. Noi e i nostri ritiri spirituali: ore 9-11 preghiera comune. Ore 15 – 19 relax. Domani è lunedì. Domani si lavora.

Per noi la parolina tra “ora” e “labora” non è la congiunzione “e”.

E’ l’alternativa “aut”. Questo “o” quello.

Che bello se fosse il verbo “est”, “è”. “Ecco, il lavoro è la preghiera reale, e non esiste preghiera se non è lavoro” (L. Giussani).

La nostra è la crisi dell’”ora aut labora”,  la crisi di Lutero che vuole il primato della fede sulle opere e la crisi degli illuministi che vogliono cancellare la fede dalle opere, spiegarle con la sola ragione.

I monaci assicurano che Dio non ci lascia. Sedici papi lungo i secoli hanno scelto di far riferimento a Benedetto fin dal loro nome nella loro opera pastorale. Benedetto ci accompagna lungo tutta la storia della chiesa.

E ci insegna il suo metodo:

1- Lo stupore di un incontro. Incontrare Gesù? Certo: nella sua Chiesa viva.

2 – L’inevitabile sacrificio. Basta fare, fare, fare. Fare rende orgogliosi di sé. Recuperare l’umiltà del primato di Dio, non dell’io.

3 – “Fare con”. Perché siamo chiesa, siamo comunità. Non singoli individui allo sbaraglio. Chiesa imperfetta fin che si vuole, ma reale. Partecipare. Lavoro come collaborazione al regno di Dio.

4 – Attenzione ai segni dei tempi. Ora come allora “è necessario che l’eroico diventi quotidiano e il quotidiano diventi eroico” (JPII).

5 – Il perdono: miracolo della ripresa. Confida nella misericordia di Dio. “Tutto posso in colui che è la mia forza”. (Fil 4,13)

Questo è il sistema per la riedificazione della Chiesa, una chiesa di persone, minoranza creativa attaccata alle sue radici, sotto l’amorevole sguardo di Colei che ha incarnato totalmente il metodo di Dio: “Con le nostre mani, ma con la tua forza”.

 

 


 

 



E adesso?

Sete. Acqua. Stringo un sacco di mani, mi scuso per la lunghezza dell'esposizione. Ma no, è già passata un’ora?

Qualcuno si ferma, per fare conoscenza. Arrivano altre persone. Bisogna ricominciare subito.

A mezzanotte ci sono i fuochi artificiali.

 

 

postato da: vinoemirra alle ore 23:12 | link | commenti (9)
categorie: preghiera, vinoemirra

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"...e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma Egli non ne prese." (Mc 15,23). Vino e mirra. L'anestetico che Gesù non volle bere, prima di donare il suo sangue redentore. Vinoemirra. Un anestesista di fama condominiale, di fede cristiana cattolica, certo non tanta da spostare le montagne, ma forse sufficiente a tirare qualche sassolino nello stagno della bioetica. Vorrò parlare di vita ("vino"), di morte ("mirra"), di anestesia delle coscienze (vinoemirra), e altre futilità. Lo farò per come ne sarò capace, senza pretendere di essere esaustivo nè aggiornato, e confidando nell'aiuto di Maria Ausiliatrice. Bruno Dal Corso

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