
In un ospedale del fiorentino giunge una donna somala in travaglio, accompagnata dal marito: la coppia è di religione musulmana. Il medico, dopo aver visitato la paziente, comunica la necessità di effettuare un cesareo per tutelare la salute e la vita del nascituro, ma con grande sorpresa si trova di fronte a un netto rifiuto.
Inizialmente il ginecologo crede che si siano verificate delle incomprensioni di tipo linguistico, visto che la coppia non parla molto bene l’italiano, ma dopo un faticoso colloquio, in cui la donna per lo più tace, limitandosi a dire che la decisione spetta al marito, il medico comprende di trovarsi di fronte ad un ostacolo di tipo culturale e religioso. L’imbarazzo del ginecologo è grande in quanto, oltre a non capire il senso di tale scelta, si trova davanti ad una paziente in atteggiamento totalmente passivo, che tra i dolori del travaglio ripete unicamente che la decisione non spetta a lei, ma al marito.
Passano alcuni minuti, il medico visita ancora la donna e ribadisce alla coppia la necessità di intervenire chirurgicamente, ma il marito, con estrema determinazione si oppone al parto cesareo affermando:”Se muore mio figlio lo ha voluto Allah, se muore mia moglie lo ha voluto Allah, se muoiono mio figlio e mia moglie l ha voluto Allah!”.
Il medico è costernato, si chiede come possa imporre un intervento chirurgico alla donna contro la sua volontà, e nello stesso tempo sente di dover tutelare la vita e la salute del bambino.
In questo stato di confusione generale intervengono altri sanitari del reparto e infine tra le urla di dolore della donna e quelle di agitazione del marito e dei medici il bambino nasce per via naturale, sano.

Cercavo di riordinare le idee a proposito di Eluana Englaro, stato vegetativo persistente, alimentazione e idratazione del paziente non autosufficiente.
Ho così saputo che Stefano Lorenzetto ha dato alle stampe il suo ultimo libro "Vita morte miracoli".
Un capitolo di questo libro è dedicato ad una intervista al dottor Guizzetti, del Centro don Orione di Bergamo, che cura proprio malati in PSV.
E' una intervista del'Aprile 2005, pubblicata su Il Giornale. L'avevo messa in archivio, e forse è il caso di riportarne qualche stralcio. Per invogliarvi ad acquistare il libro.
Non bastasse, sull'argomento il Nostro ha scritto anche questo e quest'altro.
Il testo completo dell'intervista lo trovate qui.
... si chiamano pazienti in stato vegetativo, una dizione che sembra adattarsi più ai ravanelli che alle persone. Fino a qualche tempo fa veniva completata con un participio presente: permanente. Ora è stato tolto.

Ether day

(...) Si è ad un passo dalla scoperta del secolo, ma l’intuizione manca all’inglese Allen e al francese Hickman, che pure dimostrano le proprietà del protossido d’azoto.
L’interesse sembra ricrescere circa l’anestesia da freddo, grazie alla quale il barone Dominique Jean Larray nel corso della campagna napoleonica in Russia, sul campo di battaglia di Borodino, effettua oltre 200 amputazioni indolori a - 19 °C, e lo fa in meno di 24 ore, al ritmo di una ogni 7 minuti, addirittura una amputazione sarebbe stata effettuata in 15 secondi!
Le potenzialità anestetiche dell’etere solforico vengono però nel contempo accuratamente descritte nel 1818 da M. Faraday, che le avvicina a quelle del protossido d’azoto, identificato 20 anni prima dal suo maestro H. Davy. Quest’ultimo scriveva: “Il protossido d’azoto sembra possedere la proprietà di abolire il dolore; è probabile che si possa adoperarlo con successo nelle operazioni chirurgiche che non comportano grande spargimento di sangue”. Questo suggerimento doveva rimanere inascoltato per altri 50 anni.
Etere e protossido vengono infatti riservati ad un uso edonistico, per inalazioni private, per diletto, alla ricerca di nuove sensazioni, in festini tra amici, chimici, dentisti, studenti, poeti (R. Southey, S.T. Coleridge): “Avevano il cervello irrigato di freschezza, le orecchie che fischiavano, immenso benessere …. L’odore, sgradevole all’inizio, diventava necessario, i molti cuscini non bastavano più alla mollezza delle membra” (H.P. Rochè Julés e Jim Adelphi 1986).
Sono in voga anche dimostrazioni itineranti durante le quali chimici di incerta fortuna, sperimentano sugli astanti, a pagamento, gli effetti euforizzanti del protossido. Tra questi imbonitori ricordiamo Samuel Colt, inventore della pistola a tamburo, anch’essa, a suo modo, anestetica.
Vapori di etere sono utilizzati con successo da G. Grimelli (Modena 1838) per narcosi sugli animali, da W. Clarcke per estrazione dentaria (Rochester 1842), da W. Long per exeresi di cisti dermoide della nuca (Jefferson, 30 Marzo 1842): in questa occasione il paziente dichiara “non ho avvertito alcun dolore, ho capito di essere stato operato solo quando mi hanno mostrato la massa” e nonostante questo successo Long percepisce 2 dollari per l’intervento e solo 25 cents per l’etere.
Long conduce anche con successo l’anestesia eterea per l’assistenza al parto del suo secondogenito (17.12.1845), ma commette l’imperdonabile errore di non dare tempestiva pubblicità alle sue esperienze.
Siamo comunque vicini alla grande scoperta.
Horace Wells, dentista in Hartford, Connecticut, osserva casualmente durante un “laughing gas party” che uno dei partecipanti si procura una profonda ferita ad una gamba inciampando in una panca mentre balla sotto l’effetto euforizzante del gas, ma non avverte alcun dolore. Wells decide di sperimentare gli effetti del protossido su di sé e si fa estrarre un dente da un suo assistente in piena analgesia da protossido.
Ricorda “non mi ha fatto più male di una puntura di spillo!” Si presenta nel Gennaio 1846 al Massachussets General Hospital di Boston dove opera John Colin Warren e organizza una pubblica dimostrazione da tenersi nel Bullfinch Amphitheater all’ultimo piano dell’ospedale (dove le grida di dolore dei pazienti siano quantomeno lontane…).
Purtroppo l’inalazione di protossido viene interrotta troppo presto, il paziente si agita ed urla al momento dell’estrazione (confesserà di aver urlato per la paura, e di non aver sentito dolore…) e Wells viene letteralmente cacciato tra fischi e sberleffi, come millantatore.
Finirà tossicodipendente da anestetici, sarà rinchiuso in carcere, accusato di aver spruzzato acido solforico su una prostituta, mentre si trovava sotto l’effetto del cloroformio, e morirà in carcere, a soli 33 anni, recidendosi l’arteria femorale con un rasoio, dopo essersi avvolto il viso in un foulard imbevuto di anestetico.
Al fallito esperimento di Wells assiste un suo ex-allievo, William Thomas Green Morton, a sua volta dentista.
Morton ne parla con Charles T. Jackson suo amico ed eminente chimico, che gli suggerisce di ritentare l’esperimento con l’impiego dell’etere solforico rettificato. Ne verifica dapprima le potenzialità sui cani e su sé stesso, e la sera del 30 Settembre 1846 effettua la prima estrazione dentale in anestesia sul musicista Eben Frost, a lume di candela (sole poche ore più tardi ci sarà la prima esplosione di un tampone di etere avvicinato ad una fiamma…).
All’esperimento presenzia il giornalista A. Tenney che il giorno dopo sul Boston Daily Journal scrive: “Ieri sera un molare cariato è stato estratto dalla bocca di un uomo senza che questi avvertisse dolore alcuno. Era caduto in un sonno profondo dopo aver inalato un preparato i cui effetti sono durati circa ¾ di minuto, giusto il tempo di estrarre il dente”.
La notizia colpisce nel segno: H.J. Bigelow, collega di Warren, organizza una seconda dimostrazione: uno studente del secondo anno di medicina oserà là dove Wells aveva fallito.
L’“Ether Day” è il 16 ottobre 1846.
Warren, vestito semplicemente dei suoi abiti personali, attende con irritazione crescente il ritardatario Morton e dopo 15 minuti di inutile attesa esclama “Poiché il dottor Morton non è ancora arrivato, debbo presumere che abbia altro da fare!”.
L’operando è uno squattrinato giornalista 21enne, Gilbert Abbott, portatore di un angioma congenito sottomandibolare sinistro, affatto tranquillizzato dal chirurgo, che lo fà immobilizzare e sta iniziando senza alcuna “anestesia”.
Proprio all’ultimo giunge trafelato Morton, stringendo un’ampolla di vetro contenente una spugna che viene subito imbevuta di etere. Il tutto è stato fabbricato durante la notte con l’aiuto dell’artigiano Chamberlain. Warren apostrofa Morton : “Bene, signore, il vostro paziente è pronto!”.
Morton ed Eben Frost tranquillizzano Abbott, convincendolo che non avrebbe avvertito alcun dolore. Morton ad alta voce chiede al suo paziente: “Ha paura?”. “No – risponde Abbott – mi sento al sicuro e farò esattamente tutto ciò che mi dirà”.
Abbott si addormenta rapidamente inalando dall’apparecchio e Morton invita al lavoro Warren: “Dottor Warren il vostro paziente è pronto!”.
Abbott può essere operato in respiro spontaneo senza l’ausilio degli omaccioni convocati per immobilizzarlo. Il chirurgo alle 10 di quel venerdì mattina concluderà l’intervento in meno di 5 minuti con la famosa frase: “Signori, non è un imbroglio!” (Gentlemen, this is not humbug!) e Bigelow aggiunge profeticamente: “Oggi ho assistito a qualcosa che farà il giro del mondo!”.
Il giorno dopo Morton ripete con successo la dimostrazione su un secondo paziente per l’asportazione di un grosso lipoma da un braccio e quindi su un terzo, cui viene amputata una gamba (in meno di due minuti…). Bastano questi tre pazienti a convincere tutti. In quello stesso ospedale nel decennio successivo il numero degli interventi chirurgici si centuplicherà…
Morton, dando prova di notevole spirito imprenditoriale, sofistica l’etere con l’aiuto di Jackson, con olio di garofano, battezza “Letheon” la miscela anestetica (Lete è il fiume dell’oblio), ne chiede il brevetto e organizza una rete di distribuzione a condizioni esose.
Ma un primo insuccesso con una operanda lo costringe a rivelarne la vera natura e lo scredita notevolmente di fronte all’opinione pubblica. La speranza di aggiudicarsi il premio di 100.000 dollari istituito dal governo degli Stati Uniti per la scoperta della chirurgia indolore fa sorgere i primi contrasti tra Morton, Jackson e lo stesso Wells, che finiranno accomunati da un tristissimo destino: Morton muore per apoplessia a 51 anni, in completo dissesto finanziario, Jackson recluso in manicomio, Wells suicida come sappiamo.
Ma W. Osler conclude:”E’ con Morton che la scienza è in credito, perché anche se l’idea di utilizzare l’etere non fu sua, fu lui che convinse il mondo”.
Morton riposa in un cimitero nei pressi di Boston; sulla sua tomba è scritto: “Inventore e scopritore della anestesia per inalazione. Prima di lui, sempre, chirurgia volle dire agonia. Per merito suo il dolore degli interventi chirurgici potè essere combattuto e abolito. Con lui e dopo di lui la scienza ha imparato a controllare il dolore.”
Nobel: ieri, oggi, domani

Il Nobel per la medicina 1927 fu assegnato allo psichiatra austriaco Wagner von Juaregg con la motivazione “Per la scoperta del valore terapeutico dell’inoculazione della malaria nel trattamento della demenza paralitica.”
Cercavano di dargli questo prestigioso riconoscimento da qualche anno ma tal Gadelius si opponeva ritenendo ingiusto “premiare un medico che inietta la malaria ad un paralitico, in quanto appare ai miei occhi un criminale”.
Il Nobel per la medicina 2007 va invece a Mario Capecchi, fortunatamente scienziato di ben altro spessore. Studia i topi, le loro cellule embrionali, i loro geni. Riesce a modificare un gene a piacere nel loro DNA. Potenzialmente li guarisce da malattie geniche, dovute cioè a un gene singolo. Domani, chissà.
Piovono consensi, e qualche polemichetta. Oscar Giannino su Libero invita a riflettere “sulle vie della ricerca dalle quali ci siamo autoesclusi” a causa del “veto posto dalla legge 40 sulle tecniche di fecondazione artificiale alla ricerca sugli embrioni umani soprannumerari.”
Giannino non manca di mettere nel solito calderone staminali embrionali e adulte, attribuendo alle prime i successi delle seconde. Conclude con una tirata sui “tabù” nostrani e adombra “delitti contro il genere umano”. Dal quale genere esclude evidentemente gli embrioni: è colpa loro se sono soprannumerari e, per di più, congelati.
Tutti a tirare il Nobel per la giacchetta, investendo ancora una volta l’ambito riconoscimento di significati politici: ah, le staminali embrionali… Sì, le staminali embrionali, quelle di cui Capecchi scrive in 25 studi (sugli oltre 140 da lui pubblicati…).
A mettere qualche puntino sulle “i” pensano Assuntina Morresi ed Eugenia Roccella su L’Occidentale.
La ricerca di Capecchi era possibilissima anche con la legge 40, che riguarda embrioni umani, non di animale. “Impossibile fare la stessa cosa sugli uomini, a meno di non voler creare gruppi di uomini cavia geneticamente modificati, previo opportuno accoppiamento”, scrivono le giornaliste.
Eppure, chissà perché, pensando al Nobel 2017, avverto un retrogusto amarognolo.
Nel recente numero del 30 settembre, con toni molto preoccupati, il giornale Famiglia Cristiana si è chiesto dove siano i cattolici su Internet. Alla domanda è stato chiamato a rispondere Francesco Diani, curatore di una lista di siti cattolici da dieci anni e quindi eletto immediatamente dal settimanale un' "autorità nel suo campo".
Così, abbiamo letto attentamente le parole dell'autorevole estensore dell'elenco di siti e, in effetti, stando a queste ultime ci sarebbe da preoccuparsi non poco. «Scarsissima la presenza di blog cattolici e molto basso il profilo dei contenuti e dei temi affrontati» dice il Diani.
Cosparso il capo di abbondante cenere, abbiamo cercato di capire in che cosa consiste precisamente questo "basso profilo nei temi affrontati". Il Diani ci aiuta qualche riga più in basso: "Quasi nessuno si occupa del dibattito più clamoroso della Rete, cioè il V-day di Grillo".
E' questa quindi la "cattolicità" di cui l'autorevole curatore sente la mancanza in rete? Non è chiaro.
Quello che è chiaro è che non sono da considerarsi d'aiuto, in questa ricerca della cattolicità assente sulla rete, i siti con "devozionalismo sentimentale", quelli con "preghiere intercessorie che rasentano la magia e la superstizione" e quelli con l'assillo di una "cattolicità integralista". Insomma tanti "no" da parte di Diani, ma nessun "sì", ovvero nessuna indicazione di quale sia il senso della presenza cattolica da lui tanto agognata.
Il rischio, però, in questa lunga sequela di personalissimi "rifiuti" è di perdere di vista l'essenziale, ovvero la ragion d'essere stessa di una testimonianza cristiana, sulla rete o altrove. In questa sede, quindi, il nostro principale intento è di richiamare l'attenzione sull' "unica cosa che davvero ci sta a cuore", ovvero sul senso della nostra presenza su Internet (che esiste e che, piccola o grande che sia, non può essere negata in nome di un pregiudizio), la quale è fondata tutta sull'incontro libero con la persona di Gesù, da cui nasce una passione per l'uomo tutto intero, dal concepimento fino alla morte, compreso il suo desiderio d'Infinito.
Secondo Diani tutto ciò non è "cattolico"? Ascoltiamo volentieri allora che cosa intenda per tale. Insomma, caro Diani, "che cosa ti sta a cuore più di ogni altra cosa"?
SamizdatOnLine