





E' Natale. Per la duemilasettesima volta.
Che ci sarà mai da ripetere, dopo 2007 volte? Che ci sarà mai da festeggiare? Da stupirsi, poi, non ne parliamo: vuoi stupirti 2007 volte sempre per la stessa cosa?
L'uomo del terzo millennio non esplicita queste domande (come faceva l'uomo combattivo e anarchico del secondo), ma piuttosto le vive nel silenzio, le incarna nel quotidiano: si sente forte nell'aria questa stanchezza, che è alla fine un allentarsi continuo e impercettibile di quella tensione chiamata "speranza". La quale, vissuta nel profondo, è una fatica, del resto, e pure un grosso rischio, perché è un "tendere" tutto sé stesso - tutto quello che uno abbia mai vissuto e mai vivrà – verso un possibile "qualcosa" che – se è così – "allora cambia tutto". Tutto.
E' una fatica, perché nessuno lo farà per te: sei tu che dovrai scegliere fino a che punto arrivare e fino a quanto "rischiare" (il trenta, il sessanta o il cento). Ed è un rischio, perché significa approfondire il fatto che quel "qualcosa" che cambia tutto è decisivo per la tua vita più di tutto, più del tuo stesso io.
Che cosa c'è di più rischioso che puntare tutto, compreso il proprio io, su qualcosa di così imprevedibilmente decisivo, di così radicalmente importante? Ma la vera domanda è: c'è davvero qualcosa di così grande per cui vale la pena tutto, per cui ogni attimo della vita è come riscattato ed esplode nello stupore sempre rinnovato nel ritrovare questo "qualcosa"?
Questa è la pretesa del Cristianesimo. Che il motivo che dà senso alla libertà dell'uomo sia divenuto carne nel grembo di una ragazza che ha accettato di esserne madre.
La ragione per cui ogni speranza è lecita è un bambino che morirà in croce per testimoniare la sua verità e poi risorgerà, come estremo suggello della sua presenza eterna.
Ecco il motivo per cui vale la pena festeggiare, per la duemilasettesima volta, e per l'eternità.
Pepe socio di SamizdatOnLine
Prima e seconda vittima

Vacca, che cazzata!
Stavolta, caro mio, l’hai fatta grossa.
Vaglielo a spiegare, tu, al paziente, ai suoi familiari.
Gente semplice, abituati a cose semplici.
Pane bianco o nero?
Va a destra o a sinistra?
Tè caldo o freddo?
Con zucchero o senza?
Come fai a spiegargli un errore del genere?
Vacca, che cazzata!
Tu e la tua aria da professorino fate-così-non-fate-cosà.
Chissà che non te la togli, un po’ di spocchia, scemo.
Ma licènziati, và.
Bruciala, quella laurea.
Và a leccar francobolli, che forse lì non fai danni.
E gira gli specchi, per un po’ di tempo.
Passa a prendere il Tavor. Tanto, Tavor.
Maledetta mattina.
Lo sapevo che non ci dovevo venire in sala operatoria, stamattina.
E mia sorella? Che mi telefona agitata dal suo ufficio (con tutto quel che c’ho da fare!) e mi piange nelle orecchie:
“Renzo, c’ho il diabete! C’ho il diabete, capisci? Le analisi! Trovami qualcuno che devo farmi visitare! Oh, uno bravo, eh? Presto, eh?”
Come no. Anche questa ci voleva. Con tutto quel che c’ho da fare. E quella str… di diabetologa che non si fa trovare, che è sempre da un’altra parte.
Vacca, che cazzata!
E l’intervento che aspetta, e l’anestesista che ti fa fretta, e il primario che dice “fallo tu”. Buono, quello. Certo, lui è a Orlando, Florida.
A fotografare i coccodrilli, altro che Congresso.
E io i coccodrilli invece li ho qui e mi mordono le chiappe: pazienti che aspettano me, segretarie che aspettano me, caposala che “dottore, dottore, il giro”, infermiere che “cosa devo dire all’11 che vuole sapere se può mangiare?”, e il day hospital, e la consulenza in “neuro” e il signor Sguizzi in Rianimazione (quanto tempo è che non lo vado a vedere?).
Tutti me cercano. Oh, mica sono io l’ospedale. Ci sarà qualcun altro, no?
E ci si mette anche mia sorella. Vacca boia. Il diabete. Giovanile. Ma cosa diavolo è successo…
Troppi pensieri. Chiaro che fai la cazzata. L’errore è lì, dietro l’angolo. Ti aspetta.
Si mette nelle pieghe della routine, si acquatta nelle cose che fai tutti i giorni, nei movimenti automatici, nelle circonvoluzioni dell’ovvio. Nei colleghi, abituati a fidarsi di te, che spengono il cervello: tanto c’è lui. E non ti fermano. Nel metodo, perfino.
Hai sempre fatto così. Ma oggi no, vacca boia. Oggi non dovevi fare così, oggi no.
Oggi non dovevi fidarti di quella macchina maledetta.
Lo sai, no, che il 38% delle strumentazioni sanitarie in Italia ha più di 10-15 anni?
E adesso chiama il chirurgo anziano. Col cellulare, che quello chissà dove lo ha messo il cicalino. Spiegagli quello che non puoi spiegare, che il paziente quasi non lo conosci, che non lo hai messo in lista tu, che è stato lui, che però lui non se la sentiva, che il referto dell’anatomopatologo era un capolavoro di equilibrismo semantico, che tutti avevano fretta…
Tutte balle. Hai fatto una cazzata, e lo sai. E il chirurgo anziano dice “Ragazzi quante volte ve lo avevo detto?” Quante volte lo ha fatto lui stesso, gli vorresti dire. E invece oggi è il suo turno: oggi lo fa lui il giudice implacabile, il cavaliere senza macchia. Quello che gli scoccia di più è che ha dovuto abbandonare il suo “lavoro” al PC. Roba grossa, si sa, per il primario. Quello quando torna dai coccodrilli mi sbrana.
Ma adesso devo andare dai parenti. Che nemmeno si aspettano me. Mai visti. E spiegare che il mio collega… oggi era indisposto. Questa balla gliela posso dire?
Poi però gli dovrò spiattellare la verità. La verità è che sono stato distratto, che questa distrazione è costata e costerà inutili sofferenze al loro caro. No, non è morto. No, niente di irreparabile, se non il mio orgoglio (quello magari non lo dico).
Mi dico che 7 errori su 10 conducono a morte del paziente, 2 su 10 creano danno grave. Qui no, almeno questo. Però, vacca boia che cazzata.
Spiego ai parenti che ho scritto tutto in cartella, senza omettere nulla. Che potranno rivolgersi ad un avvocato, citarmi in giudizio per una causa, che, nei fatti, è già vinta a mani basse.
Una cartella clinica che è diventata una pistola carica, puntata sulla mia nuca. L’ho caricata io, l’hanno in mano loro. Potrà sparare in un giorno qualsiasi, nei prossimi mesi.
Chissà che diranno quelli dell’assicurazione. Che il numero degli incidenti denunciati a carico dei medici è più che triplicato in dieci anni (3.154 nel 1994 a 11.932 nel 2004). Quelli mi mettono fuori.
Ci vuol coraggio, sai? A non avere alternative. A dire tutto a tutti. Si calcola che in Usa ci siano 1.500 eventi gravi in 10 anni, ma sono solamente quelli venuti a galla dai report delle strutture, e si stima siano l'1-2% del totale.
Ci vuol coraggio ad aspettare il risveglio del paziente. A parlargli di un danno che io gli ho procurato per un mio errore. A tirarsi addosso le colpe di tutta l’equipe.
Perché un errore in medicina è fatto di tante componenti. Ma il 20% delle cause induce l’80% delle successive.
Scivoli sul primo gradino e rotoli giù per tutta la rampa di scale.
Ma questo il paziente non lo capirà. Non capirà perché nemmeno io, al suo posto, capirei.
Ma non ho alternative. Lo guarderò negli occhi e gli dirò: ho sbagliato. Gli chiederò scusa. Gli offrirò la mia umiliazione e la condivisione di “seconda vittima” di uno stesso errore, pur tenendo ben distinti i piani.
Ci se ne frega se in Italia si fanno 45 mila gli interventi chirurgici al giorno. A me, al paziente, interessa questo intervento qui.
No, non ho giustificazione, e non esiste un danno accettabile.
Qui non è un farmaco sbagliato.
"La responsabilità, quando si verificano errori di questo tipo – già li sento - è da ravvisarsi nella mancanza di una cultura della sicurezza, e nelle carenza di comunicazione tra gli operatori che fanno parte del sistema". “Il ministero sta mettendo a punto raccomandazioni specifiche per la prevenzione di questi errori. Ne sono già uscite otto, ed entro il prossimo anno dovremmo pubblicarne altrettante".
Raccomandazioni. Mi raccomando, non farmi male. Mi raccomando, non sbagliare.
E adesso?
Adesso sbaglierò ancora, magari per la paura di sbagliare.
A quanto sembra otto errori medici su dieci sono causati dal mancato intervento del medico. La paura di sbagliare ti paralizza.
Al primo posto per frequenza di errori c'è l'ostetricia (32%), seguita da ortopedia (9,5%), chirurgia generale (8,5%), anestesia (7,5%) e terapia d'urgenza (6,5%).
No, io non ci sono. Che jellato. Neanche fra gli errori comuni finisco.
Encicliche e polemiche

C’è polemica fra cattolici nel ricordare che la legge 194 sull’aborto compie 30 anni. Polemica di cui, personalmente, non sentivo la mancanza.
Assuntina Morresi (CNB, StranaU, SOL) su Tempi definisce la 194 “una buona legge, una delle migliori sull'aborto nel mondo”, legge non eugenetica, che non sancisce diritti di autodeterminazione, legge tuttavia, in qualche modo, “necessaria: prima le donne che abortivano erano processate e andavano in galera. Solo loro, s'intende. Non i maschi che le avevano messe incinte.” L’articolista invita invece a realizzare quegli articoli della legge che vorrebbero operare per rimuovere le cause dell’aborto e favorirne la dissuasione.
Assuntina Morresi cita Ruini: “noi certamente siamo contro l'aborto ma non vogliamo modificare la legge. Auspicheremmo soltanto che nell'applicazione della legge si tenga conto il più possibile dell'importanza di favorire la vita”.
Il Comitato Verità e Vita ricorda il trentennale della legge con ben altre espressioni (Trent’anni sono troppi per una legge cattiva) e non esita ad aprire un fronte polemico con la Morresi e con Tempi.
Il Presidente del Comitato, Mario Palmaro, accusa “I cattolici diventano abortisti”: “si sostengono le stesse tesi degli avversari della vita, facendole passare fra l’altro per la posizione della Chiesa. E così, si abbandonano al loro destino i 356 concepiti di essere umano che ogni giorno vengono uccisi in nome della "buona legge 194" negli ospedali pubblici italiani. Non immaginavamo che nel giro di pochi anni le persone che si dichiarano "pro-life" potessero ergersi a difensori della legge sull’aborto.
Marisa Orecchia Vice presidente del Comitato Verità e Vita rincara la dose mettendo sul piatto anche la difesa “a spada tratta” della legge 40.
Ecco.
Alle solite.
Invece di concentrarci sulla lettura della nuova enciclica di Benedetto XVI “Spe salvi” ci becchiamo tra noi come i capponi che Renzo porta all'azzeccagarbugli. E dire che nemmeno di azzeccagarbugli, in verità, sentivo la mancanza.
Farei una timida proposta. Per ricordare i trent’anni della legge 194 potremo riprendere in mano l’Evangelium vitae. E’ un’enciclica bellissima. E chiarirà qualche idea non chiarissima, specie per chi, come me, su argomenti come la legge 194, è convinto che, al momento, non si possa fare altro che limitare i danni.
Viviamo tempi bui, tempi in cui si spaccia per strategia antiabortista anche l’infanticidio.
La promozione di una cultura a favore dell’accoglienza della vita nascente è sentiero più che mai in salita. La vetta rimane al suo posto, lassù, e tutti insieme suderemo per arrivarci. Ma il sentiero è aspro e ci obbliga a fare tappa.
Evangelium vitae Cap III, paragrafo 73.
… quando non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista, un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all'aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica. Così facendo, infatti, non si attua una collaborazione illecita a una legge ingiusta; piuttosto si compie un legittimo e doveroso tentativo di limitarne gli aspetti iniqui.

Da poche settimane è stata resa pubblica una scoperta “epocale” !
Il 17 novembre sul Daily Telegraph Ian Wilmut, il "padre" della pecora Dolly, ha annunciato al mondo di abbandonare la ricerca sulla clonazione degli embrioni umani, quella tecnica che lui stesso aveva lanciato proprio con la sua Dolly. Wilmut ha dichiarato che per la produzione di cellule staminali embrionali umane avrebbe seguito la tecnica utilizzata da un'equipe giapponese, più promettente e meno problematica.
La notizia ha fatto scalpore, e infatti dopo qualche giorno, su due diverse riviste scientifiche - Cell e Science - due differenti gruppi di scienziati hanno dichiarato di essere riusciti a ricavare cellule pluripotenti indotte (iPS, induced Pluripotent Stem Cell), cioè molto simili a quelle embrionali, facendo "ringiovanire" cellule della pelle, con una manipolazione genetica.
Viene quindi a mancare il motivo di creare embrioni umani clonati - copie di individui già nati - con la tecnica che ha fatto nascere Dolly, embrioni cioè che servivano per creare linee di cellule staminali embrionali con patrimonio genetico di un individuo già nato. Sia chiaro: finora con quella tecnica non si è riusciti a creare neanche una cellula staminale embrionale umana, ma questo fatto è stato accuratamente censurato da tanti cosiddetti illustri scienziati, anche di casa nostra.
Non solo: non servono più neanche gli embrioni umani per la ricerca, in generale, anche con patrimonio genetico qualsiasi, grazie alla nuova tecnica. Quindi viene a cadere il problema dei cosiddetti "embrioni sovrannumerari", della "donazione" di qualsiasi embrione alla ricerca. Non servono più, perchè la nuova tecnica, anche se da mettere ancora a punto per un suo utilizzo routinario, è già sufficientemente sviluppata da far capire che potrà essere applicata.
Sarebbe saggio quindi sospendere la distruzione degli embrioni umani, per alcuni anni - una moratoria, insomma - in attesa del perfezionamento della nuova tecnica. Nel frattempo la ricerca sulle staminali embrionali umane - che comunque finora non ha prodotto nessun protocollo terapeutico sull'uomo, neppure a livello sperimentale - potrebbe continuare utilizzando le linee cellulari già esistenti.
E' quanto ha proposto Avvenire, con un editoriale di Eugenia Roccella.
In parlamento è stata presentata una mozione per la moratoria sulla distruzione degli embrioni (sia al Senato che alla Camera).
Ma anche associazioni di base (a partire da Scienza & Vita: , e poi il Forum delle Famiglie e l'Officina 2007 di Savino Pezzotta ) e singoli cittadini si stanno mobilitando, raccogliendo firme ed adesioni di singoli, enti, associazioni, movimenti e gruppi alla moratoria della distruzione degli embrioni umani. Dobbiamo sostenere l'iniziativa dei parlamentari - sia della maggioranza che dell'opposizione - che intanto sta arrivando al Parlamento Europeo.
E' semplice: basta scrivere ad Avvenire: lettere@avvenire.it , dichiarando di aderire alla richiesta di moratoria per la distruzione degli embrioni umani. Si possono anche raccogliere firme e spedirle via fax alla redazione del quotidiano (06 68823209), o per posta: redazione Avvenire, P.zza Carbonari 3, 20125 Milano.
StranaU socio di SamizdatOnLine